Outlook sull’inflazione

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Settimana scorsa la Fed si è riunita lasciando inalterati i tassi di interesse, riconoscendo che vi sono progressi sul fronte inflazione, affermando, però, che c’è bisogno di ulteriori prove prima di poter optare per un taglio dei tassi. Le aspettative su un taglio, già a marzo, si sono ridotte, infatti la probabilità che ciò avvenga, ad oggi, è data al 16%.

Per ciò che concerne i dati macroeconomici statunitensi, continuano ad essere solidi, infatti venerdì scorso i dati relativi ai salari non agricoli di gennaio si sono attestati su un +353k, praticamente il doppio rispetto alle stime di consenso.

Sul fronte disoccupazione, il tasso si attesta al 3,7%, ovvero leggermente inferiore alle aspettative, con la creazione di posti di lavoro che su tre mesi è stata rivista al rialzo di oltre 60k.

Powell ha chiarito che tutte le opzioni sono ancora sul tavolo, e che non vi sono problemi con una crescita più sostenuta a patto che l’inflazione non acceleri nuovamente.

Tutto ciò non dovrebbe influire sulle prospettive di taglio a breve termine, tuttavia la forte crescita economica potrebbe influenzare il livello finale di taglio della Fed.

Spostandoci in Inghilterra, la BoE (Bank of England), ha deciso la scora settimana di mantenere i tassi invariati, proprio perché i dati recenti hanno mostrato che sia la crescita dei salari che l’inflazione dei servizi sono ancora a livelli sostenuti. Quindi proprio come la Fed, anche la Banca d’Inghilterra ha chiarito che è troppo presto per un taglio dei tassi.

Dando uno sguardo in Europa continentale, il core CPI dell’Eurozona a gennaio è sceso al 3,3%, con i beni industriali non energetici in disinflazione, scendendo al 2,0% yoy. Per ciò che concerne l’inflazione dei servizi si mantiene stabile al 4,0% yoy, con la BCE che ha chiarito che ogni scelta fatta sul taglio dei tassi dipenderà da dati.

Troppo presto per cantare vittoria?

Le economie occidentali, in generale, si mostrano molto resilienti, ciò potrebbe esser dovuto ai tempi lunghi di trasmissione della politica monetaria. Ma c’è una buona notizia, ossia che le pressioni inflazionistiche si stanno riducendo e pertanto le banche centrali potrebbero operare tagli nel momento in cui i dati macroeconomici dovessero deteriorarsi in maniera significativa.

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