Il potere della distruzione creatrice: innovazione, istituzioni e mercati nella dinamica della crescita moderna

Takeaway:
La crescita economica contemporanea nasce dall’interazione tra tre forze fondamentali — innovazione cumulativa, istituzioni solide e concorrenza aperta — a cui si aggiunge un quarto motore spesso sottovalutato: la finanza.

L’innovazione non è solo tecnologica, ma anche finanziaria: mercati efficienti e capaci di allocare risorse verso i progetti più promettenti sono essenziali perché la distruzione creatrice di Schumpeter diventi sviluppo sostenuto nel tempo.


L’innovazione cumulativa: il motore profondo della crescita

Philippe Aghion, Céline Antonin e Simon Bunel, in Il potere della distruzione creatrice, riprendono e aggiornano la lezione di Schumpeter, mostrando come la crescita economica moderna derivi da un processo di innovazione cumulativo, endogeno e diffuso.
Non si tratta più di immaginare un’invenzione isolata che rivoluziona i mercati, ma di comprendere un meccanismo continuo in cui ogni innovazione si costruisce sulle precedenti, generando un ciclo perpetuo di rinnovamento tecnologico e produttivo.

L’economia moderna si fonda su idee che generano altre idee. La produttività cresce non tanto accumulando capitale fisico, quanto accrescendo il capitale cognitivo e organizzativo: conoscenze, competenze, reti di apprendimento, infrastrutture immateriali.
In questo senso, la crescita non è un processo lineare ma auto-rinforzante: l’innovazione odierna apre nuove opportunità per quella di domani.

Aghion insiste su un punto chiave: la distruzione creatrice non è soltanto un meccanismo di sostituzione (nuove imprese che rimpiazzano le vecchie), ma anche un processo di costruzione cumulativa.
Quando un’impresa introduce una tecnologia superiore, essa non cancella necessariamente le conoscenze precedenti: le integra, le riorienta, le rielabora. È la logica dell’apprendimento collettivo, in cui il progresso tecnologico è un bene pubblico parziale — appropriabile in parte dall’innovatore, ma diffuso a beneficio dell’intero sistema.

Questo aspetto cumulativo spiega perché le economie più innovative tendono a divergere dalle altre: la conoscenza è un capitale che si autoalimenta, e chi accumula vantaggio cognitivo può accelerare ulteriormente. Tuttavia, proprio per questo, il ruolo delle istituzioni diventa decisivo: solo regole e incentivi ben disegnati possono mantenere aperto il ciclo dell’innovazione e impedirne la concentrazione oligopolistica.

Le istituzioni: tutelare la rendita per alimentare la concorrenza

Nel modello di Aghion, le istituzioni rappresentano l’infrastruttura invisibile della crescita.
Senza diritti di proprietà, giustizia efficiente, regole chiare e prevedibili, il rischio dell’innovazione diventa insostenibile. E senza tutela temporanea delle rendite, nessuna impresa avrebbe convenienza a investire in ricerca e sviluppo.

L’apparente paradosso è che per stimolare la concorrenza bisogna prima proteggere, almeno in parte, l’innovatore. I diritti di proprietà intellettuale servono a creare uno spazio di profitto temporaneo che remuneri il rischio dell’investimento innovativo.
Ma questa rendita deve essere transitoria: se diventa permanente, soffoca la concorrenza e trasforma l’innovazione in monopolio.

La qualità delle istituzioni si misura nella loro capacità di bilanciare questi due poli: da un lato, proteggere la ricompensa dell’innovatore; dall’altro, garantire che nuovi entranti possano sfidare le posizioni dominanti.
Questo equilibrio dinamico è ciò che distingue le economie dinamiche da quelle stagnanti.

Aghion individua in particolare tre pilastri istituzionali della crescita:

  1. Un sistema legale efficiente, che renda prevedibile l’applicazione dei contratti e dei diritti di proprietà.
  2. Un sistema educativo e di ricerca avanzato, in grado di alimentare il capitale umano e tecnico necessario all’innovazione.
  3. Un sistema finanziario sviluppato, che canalizzi il risparmio verso gli investimenti più produttivi (su cui torneremo più avanti).

Le istituzioni, in questa prospettiva, non sono un contorno, ma parte integrante del processo innovativo. Un brevetto efficace o una legge sulla concorrenza ben calibrata sono tanto determinanti quanto una scoperta scientifica o una nuova tecnologia produttiva.

La concorrenza: l’antidoto all’inerzia

La terza forza che alimenta la crescita è la concorrenza, intesa non come semplice rivalità di prezzo, ma come pressione dinamica che costringe le imprese a innovare per sopravvivere.
Aghion dimostra empiricamente che la concorrenza, entro certi limiti, stimola la produttività totale dei fattori: laddove nuovi entranti possono sfidare le imprese esistenti, aumenta l’incentivo a investire in innovazione difensiva (per mantenere il vantaggio competitivo) o offensiva (per conquistare quote di mercato).

Il meccanismo è chiaro: la concorrenza erode le rendite delle imprese incumbent e le spinge a rinnovarsi.
Un mercato chiuso o protetto, al contrario, tende alla stagnazione schumpeteriana: le imprese dominanti difendono la loro posizione non innovando, ma costruendo barriere all’entrata, lobbying, cattura regolatoria.

Il risultato è un paradosso economico e politico: la concorrenza è fonte di progresso collettivo, ma minaccia rendite individuali consolidate. Per questo, la distruzione creatrice è anche un processo socialmente conflittuale: genera vincitori e vinti, richiedendo politiche di accompagnamento — welfare, riqualificazione, accesso al credito — per evitare che la disuguaglianza sociale si traduca in resistenza al cambiamento.

La sfida delle democrazie avanzate, secondo Aghion, è proprio questa: mantenere società aperte e inclusive abbastanza da accettare la distruzione creatrice come fonte di prosperità, senza cedere alla tentazione di bloccarla per proteggere gli interessi esistenti.

L’innovazione finanziaria e il ruolo dei mercati nel sostenere la distruzione creatrice

Fin qui, il modello di Aghion si concentra sul lato reale dell’economia: idee, imprese, istituzioni. Ma il ciclo dell’innovazione non può funzionare senza un sistema finanziario capace di trasformare il risparmio in capitale di rischio.

La finanza è l’elemento spesso dimenticato della distruzione creatrice, ma ne rappresenta il fluido vitale.
Ogni innovazione richiede un investimento iniziale elevato e rischioso, con ritorni incerti e spesso lontani nel tempo. I mercati dei capitali servono proprio a socializzare il rischio, permettendo agli investitori di finanziare progetti innovativi in cambio di una quota di rendimento potenziale.

La finanza moderna, nella visione di Aghion, non è un semplice meccanismo di intermediazione, ma un motore di selezione.
Attraverso il prezzo delle azioni, il costo del capitale, i flussi di venture capital e private equity, i mercati borsistici forniscono segnali continui sull’efficienza allocativa delle risorse. Le imprese più promettenti raccolgono capitali, quelle inefficienti vengono progressivamente escluse.

In altre parole, la concorrenza schumpeteriana si estende anche al mercato dei capitali: la distruzione creatrice finanziaria permette di riallocare i risparmi da settori maturi e poco produttivi verso quelli ad alto potenziale di innovazione.

a) L’allocazione efficiente del risparmio

In economie con mercati finanziari sviluppati, il risparmio non resta parcheggiato in attività a basso rendimento, ma viene indirizzato verso progetti capaci di generare crescita reale.
Questo meccanismo è particolarmente evidente nei sistemi anglosassoni, dove la profondità del mercato azionario e l’ecosistema del venture capital hanno permesso di finanziare ondate successive di innovazioni — dalle dot-com all’intelligenza artificiale.

Al contrario, nei paesi dove la finanza resta bancocentrica e poco orientata al rischio, l’innovazione tende a essere più lenta e concentrata in grandi imprese già consolidate, che dispongono di risorse interne e accesso privilegiato al credito.
Aghion mostra come questa differenza istituzionale spieghi in parte la diversa capacità di crescita tra Stati Uniti ed Europa negli ultimi decenni.

b) L’innovazione finanziaria come leva di democratizzazione

L’innovazione finanziaria, se regolata in modo appropriato, può diventare una leva di democratizzazione del capitale.
Strumenti come i fondi di investimento, le piattaforme di crowdfunding o i green bond aprono l’accesso ai rendimenti dell’innovazione a una platea sempre più ampia di investitori.

In questo modo, la crescita generata dalla distruzione creatrice non resta confinata alle grandi imprese tecnologiche, ma si diffonde anche attraverso i mercati dei capitali, favorendo una partecipazione diffusa alla ricchezza prodotta.

Naturalmente, la condizione è che i mercati restino trasparenti e regolati: la crisi finanziaria del 2008 ha mostrato come l’innovazione finanziaria non guidata da solidi principi istituzionali possa degenerare in instabilità sistemica.
Di nuovo, torna il principio centrale di Aghion: senza istituzioni forti, anche l’innovazione diventa distruzione improduttiva.

Implicazioni per i mercati e la pianificazione finanziaria

L’analisi di Aghion offre spunti importanti anche per chi osserva i mercati da una prospettiva finanziaria o di investimento.
Nel lungo periodo, il valore delle imprese e degli indici azionari è una funzione diretta della capacità di innovazione del sistema economico che li sostiene.

Un contesto istituzionale favorevole all’innovazione cumulativa, alla concorrenza e all’efficienza dei mercati finanziari tende a produrre una crescita più sostenuta e, quindi, rendimenti più stabili nel tempo.
Viceversa, economie caratterizzate da rendite consolidate, barriere all’entrata e mercati opachi finiscono per generare crescita anemica e volatilità strutturale.

Per l’investitore o il pianificatore finanziario, questo significa che l’analisi macroeconomica non può limitarsi a indicatori congiunturali: deve includere anche la qualità istituzionale e la dinamica innovativa del sistema.
In questo senso, il concetto di distruzione creatrice diventa un criterio di valutazione strategica:

  • le economie con maggiore fluidità innovativa (Stati Uniti, Corea del Sud, Israele) offrono nel lungo periodo migliori opportunità di rendimento reale;
  • quelle più protette o burocratizzate tendono a mostrare una crescita più lenta e rendimenti corretti per il rischio inferiori.

Conclusione: l’equilibrio instabile del progresso

Il potere della distruzione creatrice, nella lettura di Aghion, non è un mito ideologico del capitalismo, ma la sua condizione vitale.
La crescita non nasce dal caso, né da un piano centrale, ma dall’interazione continua tra innovatori, istituzioni e mercati.
L’innovazione spinge in avanti; le istituzioni forniscono stabilità e incentivi; la concorrenza e la finanza riallocano risorse e selezionano i vincitori.

Questo equilibrio è sempre precario: troppo controllo istituzionale può soffocare la creatività, ma troppa libertà senza regole può degenerare in instabilità.
Il compito delle economie mature è imparare a gestire il cambiamento senza frenarlo, a proteggere gli individui senza proteggere le inefficienze.

Nel mondo globale e ipercompetitivo di oggi, la vera ricchezza non deriva dal possesso di risorse, ma dalla capacità di rigenerarle continuamente.
La distruzione creatrice è dunque più che una teoria economica: è una lezione di resilienza sistemica.
E nella finanza come nell’economia reale, sopravvive chi sa reinventarsi prima di essere sostituito.


Lettura consigliata: Philippe Aghion, Céline Antonin, Simon Bunel – Il potere della distruzione creatrice (Il Mulino, 2021).


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2 commenti

  1. […] Anzi, la storia del settore semiconduttori mostra che la pressione competitiva è ciò che produce i maggiori salti tecnologici. (Per approfondire il tema dell’innovazione, concorrenza e della distruzione creatrice: https://mfeniellofmj.com/2025/10/25/il-potere-della-distruzione-creatrice-innovazione-istituzioni-e-…) […]

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