
🟡 TAKEAWAY
Il dato CPI di marzo 2026 sembra aver confermato ciò che i mercati temevano, ovvero lo shock energetico generato dalla guerra in Iran si è trasferito direttamente sui prezzi al consumo americani, spingendo l’inflazione annua al 3,3%, cioè il massimo da maggio 2024. Tuttavia, il dato core è rimasto contenuto, +2,6% annuo, quindi sotto le attese, il che rivela una dicotomia strutturale fondamentale, ovvero, l’inflazione è per ora un fenomeno da offerta e non da domanda. A questo punto le domande, sia per la Fed che per la BCE, non sono se agire, ma quando.. e soprattutto se uno shock esogeno e potenzialmente temporaneo meriti una risposta restrittiva permanente.
Introduzione: quando il petrolio guida l’inflazione
Ogni volta che il prezzo del petrolio sale in modo repentino, i mercati finanziari e le banche centrali si trovano di fronte a un dilemma classico della politica monetaria: reagire allo shock o lasciare che si riassorba da solo?
Il 10 aprile 2026, il Bureau of Labor Statistics americano ha pubblicato il dato sull’inflazione di marzo, riportando un CPI annuo al +3,3%, il livello più alto da maggio 2024 e in forte accelerazione rispetto al +2,4% registrato sia a gennaio che a febbraio. Su base mensile, l’aumento è stato dello +0,9%, il più consistente da giugno 2022.
Il motore di questa fiammata è stato l’energia ?
La guerra in Iran, iniziata il 28 febbraio con l’attacco condotto da Stati Uniti e Israele, ha interrotto i flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz, facendo schizzare il greggio WTI (West Texas Intermediate, il benchmark americano) fino a 114,6 dollari al barile e il Brent del Mare del Nord fino a 109,6 dollari, entrambi ai massimi dall’inizio del conflitto”. L’effetto si è trasmesso quasi istantaneamente alle stazioni di servizio americane, con la benzina che ha registrato il più grande incremento mensile dal 1967 (+21,2% su base destagionalizzata).
Quale è l’intento di questo articolo ?
Questo articolo analizza cosa ci dicono i dati di marzo, cosa implicano per le politiche monetarie di Fed e BCE, e perché la distinzione tra inflazione da offerta e inflazione da domanda è il nodo cruciale che le banche centrali devono sciogliere nei prossimi mesi.
Il dato CPI di marzo 2026: la struttura interna
Per comprendere la reale portata del dato pubblicato oggi, è necessario andare oltre il titolo e analizzare la composizione dell’inflazione.
L’energia: un dato storico
La componente energetica ha registrato un aumento del +10,9% su base mensile, il più grande incremento mensile dall’ottobre 2005. La sola benzina è salita del +21,2%, un record assoluto dal 1967, e ha rappresentato quasi tre quarti dell’intero incremento mensile dello 0,9% del CPI generale.
Il gasolio da riscaldamento ha contribuito con un +30,7%, la sua salita più pronunciata dal febbraio 2000. La catena di trasmissione sembra, quindi, essere stata diretta, ovvero: conflitto in Iran → interruzione dei flussi nello Stretto di Hormuz → impennata del greggio → adeguamento dei prezzi alla pompa nel giro di pochi giorni.
Il dato core: il segnale rassicurante
Qui risiede l’elemento più rilevante per l’analisi di politica monetaria.
Il CPI Core — che esclude le componenti volatili di cibo ed energia — è cresciuto del +2,6% su base annua, un decimo al di sopra del mese precedente (+2,5%), ma al di sotto delle aspettative degli analisti che stimavano un +2,7%. Su base mensile, l’incremento è stato di appena +0,2%, contro un consenso dello 0,3%.
In termini di composizione:
- Servizi (esclusi energetici): +3,0% annuo
- Trasporti: +4,1% annuo, primo segnale visibile del trasferimento dei costi del carburante per aerei sui servizi
- Abitazione: +3,0% annuo, stabile
- Auto e camion usati: -3,2%, in discesa
Il dato sui servizi core al netto dell’abitazione — considerato dalla Fed l’indicatore più pulito della pressione sui prezzi sottostante — è cresciuto solo dello +0,18% mensile, il guadagno mensile più basso in quasi un anno.
In tal senso, quindi, sembra che il vero effetto economico negativo della guerra in Iran non si è ancora propagata oltre le stazioni di servizio.
La Fed: pausa condizionata in un contesto complesso
Per interpretare il significato del dato CPI nell’ambito della politica monetaria americana, è necessario inquadrarlo rispetto alla posizione attuale della Federal Reserve.
Il contesto della riunione di marzo
Nella riunione del 17-18 marzo 2026, il FOMC ha mantenuto invariati i tassi nel range 3,50%-3,75% con un voto di 11 a 1. La decisione era ampiamente attesa, ma il comunicato ha assunto un tono più cauto rispetto al passato. Powell ha riconosciuto che l’incertezza sull’outlook è elevata e che la guerra in Iran rende più difficile leggere il quadro macro con la stessa linearità di inizio anno.
Le nuove proiezioni della Fed hanno mostrato:
- Inflazione PCE 2026: rivista al rialzo al 2,7%
- Inflazione PCE Core 2026: +2,7%
- PIL 2026: lievemente rivisto al rialzo al +2,4%
- Disoccupazione 2026: confermata al 4,4%
Il messaggio di Powell è stato preciso: un rialzo è stato discusso, ma non è lo scenario di base. La Fed prevede ancora un taglio nel corso del 2026, con un secondo nel 2027, ma i tempi sono diventati molto meno certi.
Come leggere il dato di oggi per la Fed
Il dato CPI di marzo conferma la pausa della Fed, ma non la risolve. La vera questione che Powell (o il suo successore) e colleghi devono affrontare nei prossimi mesi è la seguente:
Lo shock petrolifero della guerra in Iran è temporaneo o strutturale?
Se il conflitto si risolve, o almeno si de-escala, i prezzi dell’energia torneranno verso il basso, il CPI seguirà e la disinflazione riprenderà il suo corso. In questo scenario, la Fed può attendere e tagliare nella seconda metà dell’anno.
Se invece il conflitto si prolunga, il Brent e il WTI rimangono sopra i 100 dollari e gli effetti di secondo impatto iniziano a trasmettersi a salari e servizi, la Fed si troverà nella stessa posizione scomoda del 2022, ovvero costretta a intervenire su un’inflazione alimentata da fattori esterni che la politica monetaria non può controllare direttamente.
I verbali dell’ultima riunione pubblicati l’8 aprile 2026 confermano questa lettura: la Fed ha ribadito di voler essere “flessibile” nel valutare l’impatto della guerra, con la maggior parte dei partecipanti che ritiene i rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per l’occupazione entrambi aumentati.
Ad esempio la piattaforma Polymarket quota attualmente la probabilità di zero tagli nel 2026 al 37%, con un solo taglio al 26%.
La BCE: pausa attiva in attesa dei dati di aprile
Sul fronte europeo, il quadro è speculare a quello americano per molti aspetti, ma con differenze strutturali importanti che rendono la posizione della BCE ancora più delicata.
La decisione di marzo
Il 19 marzo 2026, il Consiglio direttivo della BCE ha mantenuto invariati i tassi di riferimento:
- Tasso sui depositi: 2,00%
- Tasso di rifinanziamento principale: 2,15%
- Tasso di rifinanziamento marginale: 2,40%
È la sesta riunione consecutiva di stabilità, ma le nuove proiezioni degli esperti hanno segnalato un cambiamento significativo:
- Inflazione Eurozona 2026: rivista al rialzo al 2,6% (era 2,1%)
- PIL Eurozona 2026: rivisto al ribasso a +0,9% (era 1,1%)
La combinazione di inflazione più alta e crescita più bassa configura un rischio di stagflazione, lo scenario più difficile da gestire per una banca centrale il cui mandato è la stabilità dei prezzi.
Il dilemma di Lagarde
L’inflazione nell’Eurozona a marzo si è attestata al +2,5% annuo, con la componente energetica balzata al +4,9% annuo dall’inversione quasi completa dei mesi precedenti. La componente core, tuttavia, è scesa al 2,3%, al di sotto delle attese, e anche i servizi hanno rallentato leggermente.
Questa dicotomia, inflazione headline surriscaldata (l’inflazione totale, quella che include tutti i beni e servizi del paniere CPI, energia e cibo compresi), core contenuta, è la stessa che caratterizza il dato americano. E pone la BCE davanti a una scelta difficile in vista della riunione del 30 aprile 2026.
Secondo le probabilità implicite ricavate dagli swap sui tassi di interesse (OIS) cioè lo strumento più attendibile per leggere le aspettative del mercato sulle future mosse delle banche centrali, la probabilità di un rialzo di 25 punti base già nella riunione del 30 aprile si attesta attorno al 33%, in forte oscillazione nelle ultime sedute al ritmo delle notizie dal Medio Oriente (era al 60% prima dell’annuncio della tregua, scesa al 25% il giorno successivo), mentre per giugno un rialzo è prezzato al 76%. Un rialzo dei tassi BCE nel corso del 2026 è complessivamente scontato con una probabilità dell’84%.
In effetti, per il 2026 nel suo complesso, un rialzo dei tassi BCE è considerato quasi certo dalla maggioranza degli analisti, con JPMorgan che prevede una prima stretta ad aprile e una seconda a luglio, e Goldman Sachs che nel suo scenario più restrittivo ipotizza tre rialzi da 25 punti base ciascuno.
In questo contesto, gli analisti di Bank of America sembrano cauti, infatti hanno espresso una posizione chiara, ovvero un rialzo ad aprile è “possibile, ma meno certo”, poiché è probabile che il Consiglio direttivo voglia attendere dati più chiari sulla trasmissione dello shock energetico all’inflazione core.
Il tasso sui depositi, attualmente al 2,00%, potrebbe quindi passare tra il 2,25% e il 2,75% entro fine 2026, con la traiettoria esatta condizionata dall’evoluzione del conflitto e dalla risposta dei prezzi core.
La distinzione cruciale: inflazione da offerta vs. inflazione da domanda
Il quadro macroeconomico attuale ripropone una distinzione teorica fondamentale per la comprensione della politica monetaria.
L’inflazione da domanda si verifica quando la spesa aggregata supera la capacità produttiva dell’economia. In questo caso, un rialzo dei tassi è efficace perché riduce il potere d’acquisto e raffredda la domanda.
L’inflazione da offerta — o da costi — nasce invece da fattori esogeni che aumentano i costi di produzione: uno shock petrolifero, una guerra, una pandemia. In questo caso, la politica monetaria restrittiva è molto meno efficace, infatti, non può far riaprire lo Stretto di Hormuz né abbassare il prezzo del greggio.
Cosa temono quindi le banche centrali?
Ciò che le banche centrali temono davvero non è lo shock diretto — che tende ad essere temporaneo — ma gli effetti di secondo impatto: il rischio che prezzi dell’energia più alti si trasferiscano sui salari, che i salari più alti si trasferiscano sui prezzi dei servizi, innescando una spirale inflazionistica strutturale.
Il dato CPI di marzo segnala che, almeno per ora, questi effetti di secondo impatto non si sono materializzati. Infatti la benzina brucia da sola mentre il resto dell’economia regge.
A questo punto, il monitoraggio delle prossime pubblicazioni — CPI di aprile e maggio — sarà determinante per capire se questa tenuta prosegue o se lo shock comincia a propagarsi in modo più strutturale.
Conclusione
Il dato CPI di marzo 2026 racconta una storia precisa: uno shock da offerta di origine geopolitica ha prodotto la lettura più alta dell’inflazione americana dal 2022, ma la componente core resta relativamente contenuta.
Per Fed e BCE, la scelta è tra: intervenire troppo presto, ciò significherebbe rischiare di frenare economie già sotto pressione per rispondere a un fenomeno che potrebbe riassorbirsi autonomamente. Intervenire troppo tardi significherebbe rischiare di ripetere l’errore del 2022, quando entrambe le banche centrali tardarono a reagire a un’inflazione che si rivelò più persistente del previsto.
In sostanza nei prossimi mesi, la durata del conflitto in Iran e l’evoluzione del dato core saranno le variabili che decideranno tutto.
Fonti:
- U.S. Bureau of Labor Statistics, Consumer Price Index — March 2026, 10 aprile 2026
- Federal Reserve, FOMC Statement and Projections, 18 marzo 2026
- Federal Reserve, Minutes of the FOMC Meeting, 8 aprile 2026
- European Central Bank, Monetary Policy Decisions, 19 marzo 2026
- Benzinga Italia, Inflazione USA marzo 2026: shock energia, 10 aprile 2026
- Euronews, Inflazione dell’Eurozona al 2,5% con la guerra in Iran: la BCE alzerà i tassi?, marzo 2026
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