
Takeaway: TSMC chiude il primo trimestre 2026 con un utile netto in crescita del 58% e un margine lordo del 66,2%. ASML (produttore di macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV), utilizzate per “stampare” i circuiti sui chip a livello nanometrico) alza la guidance annuale a 36/40 miliardi di euro. Le Big Tech, quindi, continuano a battere le stime. Se ci si ferma ai titoli, questa è la stagione delle trimestrali più forte degli ultimi anni. Va tenuto però in considerazione il fatto che i bilanci,( così come emerge nelle call con gli analisti e nelle note a margine delle guidance) prevedono piani di investimento da centinaia di miliardi di dollari in data center e infrastrutture AI costruiti su proiezioni di costo energetico che il conflitto in Medio Oriente potrebbe rendere obsolete. In questo senso la domanda che i mercati faranno nei prossimi trimestri potrebbe non focalizzarsi sul “quanto crescete?”, ma “a quale costo energetico?”
Quando i numeri dicono una cosa e il contesto ne dice un’altra
C’è un esercizio utile da fare ogni volta che si analizza una stagione di trimestrali, ovvero, separare i numeri del trimestre appena concluso dalle indicazioni prospettiche, le cosiddette guidance , per chiedersi quale dei due elementi contiene più informazione rilevante per l’investitore.
Nel primo trimestre 2026, questa distinzione è più importante che mai. I risultati consuntivi sono quasi universalmente positivi, spesso oltre le attese degli analisti. Ma il contesto in cui questi numeri sono stati prodotti, e soprattutto quello in cui le prossime trimestrale dovranno essere prodotte, ha subito una trasformazione strutturale che i bilanci trimestrali non catturano ancora completamente.
Infatti, lo shock energetico innescato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz (avviato il 28 febbraio 2026) ha colpito l’economia globale attraverso tre canali distinti ma interconnessi, ossia, il prezzo dell’energia elettrica, il costo delle materie prime critiche per la produzione di semiconduttori — in primo luogo l’elio — e la fragilità delle supply chain marittime. Tutti e tre questi canali impattano direttamente il settore tech e dei chip, anche se con tempistiche diverse.
Secondo FactSet (società americana di dati e analisi finanziarie), la crescita degli utili attesa per il Q1 2026 sull’S&P 500 si attesta intorno al 13% su base annua, praticamente, il sesto trimestre consecutivo a doppia cifra. Ma come ha rilevato AllianzGI, questa crescita è fortemente concentrata, cioè, i semiconduttori generano incrementi prossimi a tre cifre percentuali, mentre software e servizi IT si attestano su tassi a una cifra. Una divergenza che racconta già dove il mercato vede valore — e dove no.
Focus su TSMC:
Numeri da manuale
Taiwan Semiconductor Manufacturing Company ha pubblicato il 16 aprile i risultati del Q1 2026, con numeri che sono inequivocabili nel loro segno positivo. Il fatturato ha raggiunto 35,9 miliardi di dollari, in crescita del 41% su base annua in termini USD e del 35,1% in dollari taiwanesi. L’utile netto si è attestato a 18,2 miliardi di dollari, in rialzo del 58% anno su anno, sostanzialmente, il quarto record trimestrale consecutivo. Il margine lordo ha toccato il 66,2%, con un margine operativo del 58,1% e un margine netto del 50,5%. Quasi tre quarti dei ricavi da wafer (Il wafer è il disco sottile di silicio cristallino su cui vengono “stampati” i circuiti integrati, è il punto di partenza fisico di ogni chip) provengono da tecnologie avanzate a 7 nanometri e inferiori.
Per il secondo trimestre 2026, TSMC ha guidato ricavi tra 37,8 e 38,8 miliardi di dollari, quindi, un’ulteriore accelerazione, e ha confermato un piano di investimenti annuali tra 52 e 56 miliardi di dollari, con il 70/80% destinato ai processi avanzati. Come ha dichiarato il CEO C.C. Wei nella conference call del 16 aprile: “La domanda di chip AI supera ancora la nostra capacità produttiva. Non ci aspettiamo un’inversione di questo trend nel corso del 2026.”
Il nodo dell’elio e dell’energia
Tuttavia, nella stessa call, un analista di Goldman Sachs ha sollevato una domanda che raramente si legge nelle sintesi mainstream: l’impatto del conflitto in Medio Oriente sull’approvvigionamento di elio.
Praticamente, l’elio non è un componente dei chip, ma è indispensabile per produrli. Infatti, viene utilizzato come atmosfera inerte nella crescita dei cristalli di silicio, come refrigerante nelle macchine EUV di ASML, come gas carrier nei processi CVD (Chemical Vapour Deposition) e come standard per i leak test nelle camere di produzione. Gli attacchi iraniani contro le infrastrutture di Ras Laffan in Qatar, che è il più grande hub mondiale di GNL e gas associati, hanno costretto QatarEnergy a dichiarare force majeure, interrompendo fino a un terzo dell’offerta globale di elio. Una crisi che, secondo gli analisti di settore, potrebbe durare mesi.
La risposta del management TSMC è stata misurata ma non rassicurante al 100%: “Pur non essendo completamente al riparo dall’aumento dei costi energetici, la società ha lavorato bene con la propria filiera per attenuare questi effetti e mantenere margini elevati”, così come ha dichiarato l’analista senior di TSMC citato da Euronews. TSMC ha comunicato di approvvigionarsi di materiali critici, incluso l’elio, da più fornitori in diverse regioni, e di mantenere scorte di sicurezza. Una risposta, quindi, che, quantomeno tranquillizza nel breve, pur non risolvendo il problema strutturale.
Il fattore Taiwan
A tutto questo si aggiunge una variabile geopolitica di secondo livello, raramente quantificata nei bilanci: la vulnerabilità energetica di Taiwan stessa. L’isola dipende per circa il 97% dalle importazioni di energia. Se il blocco di Hormuz dovesse protrarsi ulteriormente, i costi operativi delle fab di TSMC (fabrication plant), già tra i più energivori al mondo, potrebbero subire pressioni che i contratti a lungo termine non riescono a isolare completamente.
ASML: la macchina delle macchine incontra la crisi dell’elio
Una trimestrale da incorniciare
ASML — unico produttore mondiale di macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV), indispensabili per la fabbricazione di chip avanzati — ha riportato il 15 aprile risultati del Q1 2026 superiori al consenso su tutti i fronti principali. Ricavi netti a 8,77 miliardi di euro, utile netto a 2,76 miliardi, EPS di 7,15 euro. Il margine lordo si è attestato al 53%, in miglioramento rispetto al 52,2% del Q4 2025.
La notizia più rilevante per gli investitori è stata la revisione al rialzo della guidance annuale, infatti, ASML prevede ora per il 2026 ricavi netti tra 36 e 40 miliardi di euro, con margine lordo tra il 51% e il 53%. Come ha dichiarato il CEO Christophe Fouquet: “La domanda di chip supera l’offerta. I nostri clienti stanno accelerando i piani di espansione della capacità produttiva per il 2026 e oltre, supportati da accordi a lungo termine con i propri clienti.” Il titolo ha guadagnato il 40% da inizio anno.
L’ironia della supply chain: ASML produce le macchine, ma ne ha bisogno anche lei
Qui emerge un paradosso di rara eleganza analitica. Nel senso, che Le macchine EUV di ASML sono quelle che richiedono elio come refrigerante per i loro sistemi superconduttori. In altre parole, la crisi dell’elio innescata dagli attacchi a Ras Laffan non colpisce solo i clienti di ASML (le fab come TSMC e Samsung) ma potenzialmente anche la stessa capacità di ASML di produrre e installare nuovi sistemi.
La guidance aziendale include esplicitamente una clausola di prudenza: “Il range nella nostra guidance 2026 tiene conto dei potenziali esiti delle discussioni in corso sui controlli all’export”, ha precisato Fouquet. Un linguaggio diplomatico che copre sia le restrizioni USA all’export di tecnologia in Cina, sia le incertezze legate all’approvvigionamento di materiali critici. Qui, vale la pena ricordare, che la Cina rappresenta ancora una quota rilevante del backlog ASML (carnet ordini, ovvero totale ordini ricevuti dai clienti), e che le restrizioni all’export americane hanno già ridotto le spedizioni verso Pechino.
Big Tech e il CapEx energivoro:
Il modello pre-guerra era già sotto pressione
Prima di analizzare i dati del Q1 2026 delle Big Tech, è necessario un passo indietro. Nel corso delle trimestrali di fine 2025 e inizio 2026, le principali aziende tecnologiche americane avevano annunciato piani di investimento in infrastrutture AI di portata storica:
- Meta: CapEx 2026 tra 115 e 135 miliardi di dollari, in crescita del 49% rispetto all’anno precedente, con contrazione del margine operativo di circa 7 punti percentuali rispetto ai livelli del 2024.
- Microsoft: CapEx Q2 2025 a 34,9 miliardi di dollari in un singolo trimestre, con il CFO Amy Hood che ha indicato un tasso di crescita delle spese in capitale ancora più elevato nel 2026. Il debito a lungo termine è salito a circa 59 miliardi di dollari.
- Alphabet: piano CapEx 2026 tra 175 e 185 miliardi di dollari, più del doppio dell’anno precedente.
- Amazon (AWS): CapEx annuale portato a 200 miliardi di dollari per il 2026.
Il totale aggregato delle quattro supera i 500 miliardi di dollari di investimenti pianificati in un solo anno. Questi piani erano stati costruiti su proiezioni di costo energetico che il conflitto in Medio Oriente potrebbe aver reso parzialmente obsolete. Come ha sintetizzato un’analisi di Harvard Business Review citata da Tom’s Hardware: “I piani da 3.000 miliardi nei data center erano costruiti su prezzi energetici già obsoleti.”
L’equazione energetica dei data center
Un data center di grandi dimensioni consuma tra 100 e 500 megawatt di potenza. Un campus di data center AI — come quelli che Microsoft, Google e Meta stanno costruendo negli USA e in Europa — può superare il gigawatt. A prezzi energetici pre-guerra (con il gas naturale europeo al TTF intorno ai 25–30 euro per megawattora), i modelli di costo erano stati calibrati con un certo grado di comfort sui margini. Con il TTF schizzato oltre i 50 euro al megawattora nelle settimane di picco del conflitto, quella comfort zone è evaporata.
Il CEO di Microsoft Satya Nadella, nella conference call del Q2 FY2026, ha introdotto una metrica nuova che è passata quasi inosservata agli analisti generalisti ma che è rivelatrice: “token per watt per dollaro”. Praticamente non è più sufficiente misurare quanti token al secondo può produrre un cluster di GPU, ma conta quanto quella produzione costa in termini di consumo elettrico. In sostanza, l’efficienza energetica è diventata una variabile competitiva di primo ordine.
La risposta strategica: integrazione verticale dell’energia
Di fronte a questo scenario, le Big Tech americane stanno rispondendo con una strategia che la Rivista AI ha definito “integrazione verticale dell’energia”: le aziende finanziano e costruiscono direttamente nuove fonti di generazione elettrica accanto ai campus di calcolo, internalizzando il rischio energetico. Microsoft ha firmato accordi di Power Purchase Agreement (PPA) per capacità nucleare e rinnovabile. Google ha annunciato investimenti in SMR (Small Modular Reactor). Meta costruisce linee di trasmissione proprie (Le linee di trasmissione sono le infrastrutture fisiche, cioè, cavi ad alta tensione, trasformatori, sottostazioni elettriche che trasportano l’elettricità dalla fonte di produzione ad esempio una centrale elettrica, un parco solare o eolico, fino al punto di consumo, in questo caso il data center).
Questa strategia ha tre implicazioni analitiche per l’investitore:
- Il CapEx si gonfia ulteriormente: l’energia non è più solo un costo operativo (OpEx), ma diventa anche un costo di investimento (CapEx). I modelli di valutazione basati su EV/EBITDA forward devono incorporare questa componente.
- I tempi di payback si allungano: costruire un impianto energetico proprietario richiede anni. Nel breve termine, le aziende assorbono lo shock attraverso riserve di liquidità e contratti già stipulati — ma questa protezione ha una scadenza.
- Si crea un fossato competitivo (moat1) energetico: le aziende con accesso garantito a energia a basso costo avranno un vantaggio strutturale su quelle che dipendono dal mercato spot. Un elemento che comincerà a differenziare i multipli di valutazione nel 2027–2028.
Lo scenario che le guidance non dicono ancora
Il modello di margine 2026–2027 regge ?
Tutte le guidance pubblicate nel Q1 2026 incorporano implicitamente un’assunzione che non viene mai esplicitata nei documenti ufficiali: che lo Stretto di Hormuz non rimanga chiuso per l’intero 2026. È un’assunzione ragionevole sul piano probabilistico, ma non sul piano del risk management. Come ha avvertito Fatih Birol, Direttore Esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il 17 aprile: È uno stretto davvero in difficoltà ora, e avrà grandi implicazioni per l’economia globale. E più dura, peggio sarà per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo.”
Secondo Rystad Energy, la guerra con l’Iran ha già causato danni alle infrastrutture energetiche globali per circa 58 miliardi di dollari. Oltre 80 infrastrutture energetiche sono state attaccate dall’inizio del conflitto, e più di un terzo ha subito danni gravi. Queste non sono cifre che si recuperano in un trimestre.
Le tre variabili da monitorare nelle prossime trimestrali
Per chi analizza il settore tech e dei semiconduttori con un orizzonte a 12–18 mesi, questi sono i tre indicatori da osservare nelle prossime call trimestrali:
1. Il margine lordo di TSMC nel Q2 2026. Se il margine lordo dovesse scendere sotto il 63% — dalla guidance del 57–59% già comunicata — sarebbe il primo segnale concreto che i costi energetici e dell’elio stanno erodendo la redditività operativa. Una variazione di 100 punti base sul margine lordo di TSMC si traduce in circa 350–400 milioni di dollari di utile in meno su base trimestrale.
2. Il delta CapEx vs. cash flow operativo nelle Big Tech. Quando il CapEx supera strutturalmente il free cash flow operativo, l’azienda inizia a consumare le riserve o ad aumentare il debito. Per Microsoft il debito a lungo termine ha già raggiunto i 59 miliardi di dollari. Il punto di attenzione è il rapporto Debt/EBITDA: se dovesse superare 1,5x in modo stabile, il mercato inizierà a ricalibrare i multipli.
3. Gli ordini ASML per il Q2 e Q3 2026. Il backlog di ASML è il leading indicator più affidabile della domanda di chip avanzati a 12–18 mesi. Se gli ordini dovessero rallentare — per effetto di una revisione al ribasso dei piani di espansione da parte di TSMC o Samsung — sarebbe il primo segnale di un’inversione del ciclo AI dei semiconduttori.
Conclusione: i numeri dicono una cosa, il rischio ne dice un’altra
Il primo trimestre 2026 consegna al mercato bilanci eccellenti. TSMC cresce del 58% sull’utile netto. ASML alza la guidance. Le Big Tech battono le stime. Tutto vero. Ma questi numeri fotografano un mondo pre-conflitto, o al massimo le prime settimane di un conflitto i cui effetti non si sono ancora propagati completamente attraverso la supply chain e i contratti energetici.
Il secondo e il terzo trimestre diranno qualcosa di molto più importante, cioè, se i modelli di business del capitalismo digitale — costruiti sull’assunzione implicita di energia abbondante e a basso costo — reggono all’urto di uno scenario energetico permanentemente più costoso. Non è una domanda retorica. È la domanda, la cui risposta, potrebbe determinare i multipli di valutazione del settore tech per i prossimi anni.
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Fonti: TSMC Q1 2026 Earnings Call (16 aprile 2026); ASML Q1 2026 Financial Results e Press Release (15 aprile 2026); FactSet Earnings Insight (14 aprile 2026); AllianzGI Economics & Strategy (14 aprile 2026); Harvard Business Review citato da Tom’s Hardware; Rystad Energy, Data Center & New Energies Research; IEA — Fatih Birol (17 aprile 2026); Euronews (16 aprile 2026); AI4Business; Rivista AI; Assodigitale.
- Moat è un termine reso celebre da Warren Buffett — in inglese significa letteralmente fossato, quello che circonda i castelli medievali per proteggerli dagli attacchi.
In finanza e strategia aziendale indica il vantaggio competitivo difendibile di un’azienda, ovvero quella caratteristica strutturale che le impedisce ai concorrenti di eroderne la posizione di mercato nel tempo. Un moat può essere un brevetto, un marchio fortissimo, effetti di rete, costi di switching elevati per i clienti — o appunto, come nel nostro caso, l’accesso privilegiato a una risorsa scarsa come l’energia.
Il moat energetico che descrivo nell’articolo funziona così: le Big Tech che oggi investono miliardi per costruire impianti di generazione propri e firmare PPA a lungo termine si garantiscono energia a costo fisso e prevedibile per i prossimi 10-20 anni. Le aziende più piccole o più lente che invece dipendono dal mercato spot dell’energia saranno esposte alla volatilità dei prezzi — e in uno scenario di energia strutturalmente più cara, questo diventa un svantaggio competitivo permanente. ↩︎
