
Takeaway
Le imprese europee hanno raggiunto livelli di adozione dell’intelligenza artificiale (IA) e delle tecnologie digitali simili a quelli delle concorrenti americane, ma l’Europa resta dipendente da tecnologie importate. È uno dei messaggi del quinto capitolo dell’Investment Report 2025/26 della Banca europea per gli investimenti (BEI), pubblicato nel marzo 2026 con il titolo Capitalising on Europe’s strengths e dedicato alla trasformazione digitale e all’IA.
Infatti, secondo il report, il dividendo di produttività dell’IA ha già iniziato a materializzarsi nell’Unione, grazie soprattutto alla sua diffusione nell’industria. Più in generale, il rapporto descrive un’Europa a un punto di svolta, in cui servono azioni politiche decise e investimenti di capitale su larga scala.
Questo articolo ripercorre i dati principali del capitolo 5 intitolato: Europe’s competitive edge in digital
transformation and artificial intelligence, con attenzione ai punti che interessano a chi segue i mercati: il confronto con la bolla dot-com, la struttura finanziaria del boom americano e la base di capitale su cui poggia l’IA europea. Salvo diversa indicazione, i dati sono quelli riportati dal rapporto, riferiti in prevalenza al 2024 e al 2025.
Investimenti in software e adozione digitale
Il settore dell’informazione e della comunicazione (ICT) pesava nel 2024 il 5,5% del valore aggiunto dell’Unione europea e il 3,5% dell’occupazione, contro il 5% e il 3% del 2019. Guardando però agli investimenti in software, gli Stati Uniti mantengono la posizione di testa. Nel 2024 gli investimenti in software hanno superato i 350 miliardi di euro negli Stati Uniti, a fronte di 110 miliardi nell’Unione e di 60 in Cina. In rapporto al prodotto interno lordo (PIL), la spesa in software nel 2023 era pari all’1,8% in Europa e al 2,7% negli Stati Uniti. Il divario, 0,98 punti percentuali, è più che raddoppiato rispetto ai 0,48 del 2008. Sull’hardware la distanza è molto minore: la spesa europea è rimasta stabile tra lo 0,4% e lo 0,5% del PIL negli ultimi vent’anni.
Per ciò che concerne il fronte dell’utilizzo, secondo il rapporto, le imprese europee hanno raggiunto livelli di digitalizzazione simili a quelli delle americane. Nel 2025 il 76% delle imprese europee impiegava tecnologie digitali, contro il 78% di quelle americane. Il 46% usava analisi di big data e IA, contro il 40% negli Stati Uniti. Le piattaforme digitali erano adottate dal 49% delle imprese europee e dal 54% di quelle americane. I dati provengono dall’indagine EIBIS della BEI.
Tuttavia due elementi attenuano il quadro. Il primo riguarda l’ampiezza dell’uso dell’IA generativa, ovvero, tra le imprese che usano big data e IA, solo il 55% di quelle europee investe in IA generativa in almeno due aree aziendali, contro l’81% di quelle americane.
Il secondo riguarda la dimensione: circa l’85% delle imprese europee con più di 250 addetti usa tecnologie digitali, ma tra quelle con meno di dieci addetti la quota scende a circa il 54%. Poiché le imprese europee sono in media più piccole di quelle americane, il rapporto ritiene che questo divario possa rallentare la trasformazione digitale del continente.
Il boom del capex e il confronto con il 2000
Una parte del capitolo è dedicata agli Stati Uniti. Nei primi due trimestri del 2025 la spesa reale in apparecchiature per l’elaborazione delle informazioni e in software era quasi il doppio di quella dello stesso periodo del 2017, e ha contribuito alla maggior parte della crescita del PIL reale americano. Bisogna tuttavia tenere in considerazione che la concentrazione è elevata, infatti, le prime cinque società statunitensi, tutte del comparto tecnologico, valgono il 22% della capitalizzazione totale, il livello più alto mai registrato. Il peso dell’ICT sulle principali borse ha raggiunto il 45% negli Stati Uniti e il 22% in Cina, mentre in Europa è rimasto stabile attorno al 9%.
Per ciò che concerne le spese in conto capitale (Capex) delle dodici maggiori società americane legate all’IA per capitalizzazione (a novembre 2025) sono quasi triplicate: da una media annua inferiore a 85 miliardi di dollari nel 2018-2020 a 275 miliardi nei soli primi tre trimestri del 2025. L’incidenza del capex sui ricavi si avvicina ai livelli osservati durante la bolla dot-com. Il rapporto precisa però che l’attuale aumento delle valutazioni resta sotto il picco di allora: l’indice S&P 500 si era moltiplicato per circa tre tra marzo 1995 e marzo 2000, contro un raddoppio tra gennaio 2021 e novembre 2025, e il comparto tecnologico era salito di quasi otto volte, contro 2,4.
Una differenza rispetto al 2000 riguarda il finanziamento, infatti, l’attuale ondata di investimenti è finanziata in misura crescente con debito. Le società legate all’IA hanno emesso circa 280 miliardi di dollari di debito nel 2025, contro 138 nel 2024 e 130 nel 2023. Il debito raccolto sui mercati dei capitali rappresenta ora circa metà dei finanziamenti complessivi del settore, mentre al picco della bolla, nel 2000, le emissioni di debito ne costituivano un quarto. Alcuni data center e progetti di IA, osserva la BEI, sono finanziati con strutture di credito sempre più complesse, spesso fuori bilancio, e la crescente leva finanziaria potrebbe amplificare il rischio sistemico.
Tuttavia, secondo il rapporto, anche una correzione inferiore a quella della bolla dot-com potrebbe avere un impatto significativo sull’attività economica. La BEI cita una stima di Gopinath (2025): un ribasso azionario simile a quello dei primi anni Duemila ridurrebbe la ricchezza delle famiglie americane di un valore pari al 70% del PIL 2024, più del doppio della perdita registrata nel 2001-2002. Un calo simile, prosegue il rapporto, potrebbe ridurre i consumi delle famiglie americane di 500 miliardi di dollari, quasi il 2% del PIL. Inoltre gli investitori europei, data la loro consistente esposizione ai titoli americani, non sarebbero immuni da un ridimensionamento dei titoli legati all’IA.
Data center, calcolo e hardware
L’Europa sta accelerando gli investimenti nell’infrastruttura digitale. Nel 2024 l’Unione contava più di 2.250 edge data center (strutture di piccole dimensioni, vicine agli utenti, che elaborano i dati in loco), oltre mille in più rispetto al 2023. La capacità complessiva dei data center europei è di quasi 12 gigawatt, inferiore a quella di Stati Uniti e Cina. In questo senso, ll Cloud and AI Development Act, punta a triplicarla in cinque-sette anni: secondo la BEI, l’obiettivo richiede investimenti continui, autorizzazioni più semplici e un migliore accesso a terreni, finanza ed energia.
Sulla potenza di calcolo per l’IA, secondo i dati sui cluster di unità di elaborazione grafica (GPU), a novembre 2025 l’Unione disponeva di circa il 4% della capacità mondiale esistente, contro quasi il 70% degli Stati Uniti e il 18% della Cina. Tra il 2019 e il 2025 la prestazione dei principali supercomputer è raddoppiata all’incirca ogni nove mesi: per il rapporto, competere richiederà investimenti continui nella potenza di calcolo.
Il mercato dei servizi cloud è in rapida espansione e molto concentrato. Nel terzo trimestre del 2025 valeva a livello mondiale 107 miliardi di dollari, il 57% in più rispetto allo stesso trimestre del 2023, e i grandi operatori detti hyperscaler, soprattutto americani come Amazon, Microsoft e Google, assorbivano insieme più della metà della spesa aziendale in infrastrutture cloud. Secondo i contratti censiti dalla BEI, i fornitori degli hyperscaler europei sono per il 42% europei e per il 33% americani. Tra il 2020 e il 2025 le società statunitensi hanno investito più di 30 miliardi di euro in infrastrutture ICT e data center dell’Unione, escludendo l’Irlanda, dove gli investimenti americani hanno superato altri 5 miliardi.
Secondo il rapporto, l’infrastruttura digitale mondiale dipende in larga misura dalle catene di fornitura asiatiche dell’hardware. Nel 2024 l’Unione rappresentava il 10,5% della capacità produttiva mondiale di semiconduttori. Tra le importazioni europee di componenti per il calcolo nel periodo 2020-2023, la Cina pesa per circa il 16%, Taiwan per l’8% e gli Stati Uniti per il 7%. L’obiettivo del Chips Act di raddoppiare la quota europea fino al 20% entro il 2030, ricorda la BEI citando la Corte dei conti europea, difficilmente sarà raggiunto con i fondi attuali. Il rapporto osserva inoltre che l’Europa non dispone ancora di produttori in grado di realizzare dispositivi di IA di ultima generazione.
Chi finanzia l’IA europea ?
L’Unione Europea ospita più di 7.000 società attive nel mercato dell’IA, ove le start-up europee tendono a concentrarsi essenzialmente su soluzioni di IA applicata (cioè l’uso dell’IA per problemi specifici), applicazioni industriali e settori in cui l’Europa ha vantaggi comparati, come manifattura e sanità. Secondo la BEI, la difficoltà sta nel passaggio dal finanziamento dell’innovazione privata alla creazione di imprese di grandi dimensioni, competitive a livello globale. Nell’ultimo decennio le società di IA con sede nell’Unione hanno ricevuto in totale 210 miliardi di dollari, di cui il 15% sotto forma di venture capital, inclusi i finanziamenti seed e gli investimenti degli angel investor. Di questa quota, il 42% proviene dagli Stati Uniti e il 33% dall’Unione europea. Il 14% arriva da Regno Unito, Svizzera e Norvegia, l’11% dal resto del mondo. Nessuna società di IA o di dati con sede nell’Unione ha ricevuto direttamente venture capital dalla Cina nell’ultimo decennio.
Anche sui mercati finanziari l’Unione Europea conta meno società quotate nell’IA di Stati Uniti e Cina. Inoltre, ciò che emerge dal rapporto è che gli investitori domestici detengono solo metà del capitale azionario delle società operanti nel settore IA quotate in borsa, cioè gli investitori europei detengono solo la metà del capitale, con gli investitori americani che ne detengono quasi un terzo. Negli Stati Uniti e in Cina accade il contrario, ovvero, le società di IA sono possedute soprattutto da investitori del proprio paese. Le società private europee faticano, poi, a crescere e a quotarsi, infatti, secondo la BEI l’accesso ai mercati dei capitali europei è limitato, in parte per bacini di investitori nazionali più piccoli, poi per la frammentazione normativa tra i paesi e infine per via della minore propensione al rischio verso le tecnologie emergenti.
Il rapporto osserva che solo pochi campioni emergenti dei grandi modelli linguistici hanno sede nell’Unione e che il settore europeo resta frammentato, con poche imprese dotate di dati, capacità di calcolo e finanziamenti sufficienti per addestrare e distribuire modelli su scala globale. Diverse realtà europee, come Mistral in Francia e DeepL in Germania, stanno però ottenendo riconoscimento internazionale. Un riquadro del capitolo (Aldasoro e altri, 2026) mostra inoltre che nei paesi europei con mercati dei capitali più sviluppati le imprese adottano significativamente più spesso big data e IA. Secondo la BEI, senza un ambiente finanziario favorevole le imprese non raggiungono la dimensione necessaria per fare gli investimenti complementari, dal software alla formazione.
Il dividendo di produttività, con cautela
Secondo le stime della BEI, tra il 2019 e il 2025 l’adozione di big data e IA ha aggiunto 0,34 punti percentuali l’anno alla crescita della produttività totale dei fattori (TFP, la parte di crescita non spiegata dall’aumento di lavoro e capitale) dell’Unione. In soldoni, grazie all’IA la produttività è cresciuta ogni anno di 0,34 punti percentuali in più di quanto sarebbe cresciuta senza, e la BEI lo stima confrontando la crescita effettiva con uno scenario in cui le imprese non adottano l’IA. Su tutto l’aumento di produttività del periodo, circa il 12%, più o meno un ottavo, si deve quindi all’IA. Il risultato è in linea con la letteratura citata: 0,3 punti l’anno per l’area euro secondo Bergeaud (2024) e 0,2 per l’Europa secondo Misch e altri (2025). Acemoglu (2024), citato nello stesso capitolo, stima invece per gli Stati Uniti un aumento di appena 0,07% l’anno nel prossimo decennio.
Secondo le stime della BEI, tra il 2019 e il 2025 l’adozione di big data e IA ha aggiunto 0,34 punti percentuali l’anno alla crescita della produttività totale dei fattori (TFP, la parte di crescita non spiegata dall’aumento di lavoro e capitale) dell’Unione. In pratica, grazie all’IA la produttività è cresciuta ogni anno di 0,34 punti percentuali in più di quanto sarebbe cresciuta senza: la BEI lo stima confrontando la crescita effettiva con uno scenario in cui le imprese non adottano l’IA. Su tutto l’aumento di produttività del periodo, circa il 12%, cioè circa un ottavo, si deve quindi all’IA. Il risultato è in linea con la letteratura citata: 0,3 punti l’anno per l’area euro secondo Bergeaud (2024) e 0,2 per l’Europa secondo Misch e altri (2025). Acemoglu (2024), citato nello stesso capitolo, stima invece per gli Stati Uniti un aumento di appena 0,07% l’anno nel prossimo decennio.
Un secondo esercizio, condotto da Aldasoro e altri (2026) e riportato in un riquadro del capitolo, cerca di isolare il nesso causale. Le imprese europee che usano l’IA risultano mediamente più produttive del 2,8% in termini di produttività del lavoro. Nell’analisi principale del capitolo i guadagni sono particolarmente ampi nella manifattura ad alta tecnologia e maggiori tra le grandi imprese, ma restano positivi e significativi anche per le piccole e medie imprese. Il riquadro osserva però che i benefici sembrano concentrarsi tra le grandi imprese, con le PMI che ne traggono relativamente poco, e ritiene che questo confermi i timori che l’IA possa ampliare i divari di reddito, soprattutto in una struttura industriale dominata da imprese piccole.
Il rapporto aggiunge che le imprese europee che investono in IA generativa in una sola area mostrano una TFP di circa il 25% superiore a quelle che non lo fanno, e di quasi il 30% se la usano in due o più aree. Si tratta però di un confronto tra i livelli di produttività di imprese diverse, non dell’effetto dell’adozione all’interno della stessa impresa. Il riquadro avverte che l’adozione dell’IA non porta automaticamente a guadagni di produttività, infatti, i benefici si materializzano quando esistono scala sufficiente, infrastrutture digitali solide e personale qualificato, e le imprese che investono in aree complementari come software, infrastrutture dei dati e formazione ottengono rendimenti molto più alti. Come per le tecnologie di uso generale del passato, ricorda la BEI richiamando Brynjolfsson e altri (2021), i guadagni maggiori derivano dagli investimenti complementari più che dalla tecnologia in sé.
Le leve pubbliche: calcolo, reti, regole e sostegno mirato
Il capitolo indica diverse leve pubbliche, ovvero:
- La prima riguarda la potenza di calcolo condivisa, ovvero, l’iniziativa AI Factories, cui l’Unione e i paesi partecipanti all’impresa comune EuroHPC hanno destinato oltre 2,6 miliardi di euro, prevede entro il 2026 una rete di 19 AI Factories e 13 AI Factory Antennas. Le prime sono strutture di supercalcolo dedicate all’IA, le seconde danno alle comunità nazionali accesso remoto ai supercomputer. A novembre 2025 le AI Factories operative erano sette. Tre supercomputer EuroHPC compaiono tra i primi dieci al mondo: JUPITER in Germania, quarto e primo sistema exascale europeo, LUMI in Finlandia, nono, e Leonardo in Italia, decimo. Investendo nella potenza di calcolo e nei data center, secondo il rapporto, l’Europa punta a ridurre le proprie dipendenze digitali e ad aumentare di quasi un terzo la prestazione delle sue GPU.
- La seconda riguarda le reti. Nel 2024 le reti a capacità molto elevata avevano raggiunto una copertura dell’82,5%, e la fibra il 69,2% delle famiglie. La Commissione ha proposto il Digital Networks Act, che sostituirebbe il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche con l’obiettivo di stimolare gli investimenti in reti ad altissima capacità (fibra e 5G) e di definire nuove regole sullo spettro per la connettività mobile (satelliti e 6G).
- La terza è la semplificazione normativa: i pacchetti Digital Omnibus e AI Omnibus mirano ad armonizzare le regole sui dati, oggi frammentate tra i paesi, riducendo i costi di conformità soprattutto per start-up e piccole e medie imprese. Il rapporto nota che il ritmo di sviluppo dell’IA supera la velocità di adeguamento delle norme, e che la dimensione dei dati e la potenza di calcolo richieste per addestrare i grandi modelli linguistici raddoppiano all’incirca ogni sei mesi.
- La quarta è il sostegno pubblico alle imprese. In media, le imprese che ricevono un sostegno finanziario hanno una probabilità di adottare tecnologie digitali superiore di 5-7 punti percentuali. Quando il sostegno è mirato all’innovazione o alla digitalizzazione, per le imprese con vincoli finanziari la probabilità di adozione quasi triplica. Contano anche gli incentivi fiscali, ove, un aumento di un punto percentuale nella generosità delle agevolazioni sulla ricerca e sviluppo è associato a un aumento di 0,2 punti nell’uso di tecnologie digitali e di 0,15 punti in quello di big data e IA. Nella sintesi del rapporto la BEI ricorda inoltre che, secondo le stime, una garanzia di un euro dal bilancio dell’Unione tramite InvestEU genera circa 15 euro di investimenti nell’economia reale.
Che cosa significa tutto ciò ?
In buona sostanza il report descrive un’Europa che usa l’IA in misura simile agli Stati Uniti e ne ricava un beneficio misurabile ( anche se i tassi di adozione scendono sensibilmente tra le PMI come evidenziato in precedenza), ma che dipende sempre più da fornitori esterni per i modelli di IA più avanzati e per le piattaforme digitali, oltre che per l’hardware, il cloud e una parte rilevante dei capitali. Il rapporto osserva che l’Unione ha investito molto nell’infrastruttura digitale ma resta dipendente da tecnologie importate, e che la sua solida base industriale la mette in condizione di cogliere guadagni sostanziali di produttività dalla diffusione della tecnologia.
Per ciò che concerne i mercati finanziari, i rischi di valutazione nel settore tecnologico crescono soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, con concentrazione e ricorso al debito, descritti dal rapporto, che essenzialmente riguardano il mercato americano. Secondo la BEI, gli investitori europei, data la loro esposizione ai titoli americani, non sarebbero immuni da un ridimensionamento, con effetti su ricchezza finanziaria, consumi e investimenti. Bisogna comunque considerare che l’Europa, con un peso del settore tecnologico attorno al 9% dei suoi principali indici, risulta secondo la BEI meno esposta agli shock settoriali e alla volatilità legati a valutazioni concentrate, ma le imprese europee restano vulnerabili per l’interconnessione dei mercati tecnologici globali, la dipendenza dalla domanda estera e i possibili contagi dai mercati azionari statunitense e cinese.
Il rapporto presenta le AI Factories come una risposta alla difficoltà di accesso alla potenza di calcolo, offerta a costo agevolato o nullo, ma i dati mostrano divari ancora ampi: competere richiederà investimenti continui nella potenza di calcolo, mentre sul fronte dei capitali resta la dipendenza strutturale dagli investitori esteri.
Fonte: Banca europea per gli investimenti, Investment Report 2025/26. Capitalising on Europe’s strengths, marzo 2026
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