
Takeaway — Sei settimane dopo la più grande IPO della storia, il titolo SpaceX è sceso sotto il prezzo di collocamento. I movimenti di breve sono molto complicati da leggere, tuttavia, tra i capitoli più speculativi del prospetto ce n’è uno che merita un’analisi a parte: l’estrazione mineraria spaziale.
Un giro completo in sei settimane
Il 12 giugno 2026, alla vigilia del debutto di SpaceX al Nasdaq, ci eravamo lasciati con una domanda: il prezzo richiesto è giustificato? (qui l’analisi pre-IPO). Sei settimane dopo, il mercato ci sta fornendo una prima risposta, che al momento sembra non essere quella che i sottoscrittori dell’offerta speravano.
I fatti, in ordine. Il 12 giugno SpaceX ha completato la più grande IPO (Initial Public Offering, offerta pubblica iniziale) della storia: prezzo di collocamento a 135 dollari per azione, valutazione vicina ai 1.800 miliardi di dollari e una raccolta complessiva salita a 85,7 miliardi dopo l’esercizio della greenshoe (l’opzione che consente ai collocatori di acquistare azioni aggiuntive in caso di forte domanda). L’accoglienza iniziale è stata euforica: come riportato da CNBC, nel primo giorno pieno di contrattazioni il titolo ha guadagnato il 20%, portando la capitalizzazione oltre i 2.000 miliardi di dollari.
Poi la fisica dei mercati ha ripreso il sopravvento. Il 15 luglio il titolo è sceso fin sotto i 133 dollari per poi chiudere a 135,27 — di fatto sul prezzo di collocamento, al termine di un declino costante durato un mese. Un giro completo: dall’euforia al punto di partenza in sei settimane. Cosa è successo?
Il problema non è il business. È il multiplo.
Partiamo da ciò che funziona. Secondo l‘S-1 (il documento di registrazione depositato presso la SEC), il segmento connettività trainato da Starlink ha generato 11,4 miliardi di dollari di ricavi nel 2025 — il 61% del fatturato complessivo, salito al 69% nel primo trimestre 2026 — in crescita di circa il 50% sull’anno precedente, con oltre 10,3 milioni di clienti attivi in più di 150 Paesi al 31 marzo 2026, più che raddoppiati rispetto ai 4,6 milioni di fine 2024. È anche l’unico segmento profittevole, con 4,4 miliardi di utile operativo. Il business della connettività satellitare è reale, redditizio e in espansione: su questo l’analisi pre-IPO non cambia di una virgola.
Il problema è aritmetico. Come rileva Morningstar, misurata sui ricavi 2025 (18,7 miliardi di dollari) la società tratta a un rapporto prezzo/ricavi di circa 141 volte — oltre tre volte quello di Broadcom, il titolo più caro tra le mega-cap, e circa 26 volte quello di Amazon. Il fair value stimato dall’analista Morningstar è di 62 dollari per azione — meno della metà del prezzo di collocamento. E la redditività complessiva resta lontana: a fronte di un EBITDA rettificato di 6,6 miliardi, la società ha chiuso il 2025 con una perdita netta GAAP di 4,9 miliardi di dollari, riflesso degli investimenti e delle perdite delle linee di business più giovani.
È qui che il discorso si fa interessante. Perché un multiplo simile non prezza l’azienda che esiste oggi, bensì, prezza una sequenza di opzioni sul futuro. E ogni opzione ha una probabilità di esercizio diversa.
I tre strati della valutazione
La capitalizzazione di SpaceX si può leggere come una piramide a tre strati, ordinati per grado di concretezza.
Il presente: Starlink. Ricavi verificabili, margini reali, crescita documentata nell’S-1. È il pavimento della valutazione — ma da solo non giustifica nemmeno una frazione dei 1.800 miliardi.
Il ponte: Starship. Secondo l’analisi di Morningstar, la valutazione “torna” solo se SpaceX riesce a commercializzare il super-razzo riutilizzabile Starship nei tempi previsti; PitchBook, alla vigilia del debutto, stimava il fair value della società in una forchetta tra 1.100 e 1.700 miliardi di dollari. Starship non è solo un prodotto: è l’infrastruttura che abiliterebbe tutto il resto, dall’espansione di Starlink al calcolo orbitale.
L’opzione: le nuove frontiere. Qui troviamo il segmento AI — 3,2 miliardi di ricavi nel 2025 a fronte di 6,35 miliardi di perdita operativa, cui si aggiunge l’acquisizione interamente in azioni di Anysphere, la società che sviluppa Cursor — e, appunto, lo space mining. È lo strato più sottile in termini di numeri e più spesso in termini di narrativa. Ed è quello su cui vale la pena fermarsi.
Space mining: cosa c’è scritto davvero nel prospetto
Non si tratta di speculazione giornalistica: l’ambizione estrattiva è nero su bianco nel documento depositato presso la SEC. Nel prospetto, SpaceX dichiara di voler perseguire operazioni di asteroid mining per estrarre metalli e altre risorse critiche da asteroidi near-Earth e della fascia principale, fornendo materie prime per le industrie spaziali e riducendo la necessità di lanciare massa dalla Terra. L’S-1 colloca l’estrazione mineraria tra i mercati futuri, accanto al turismo spaziale e alla manifattura in orbita.
Una frase, due implicazioni. La prima è industriale: l’estrazione spaziale, nella visione della società, serve anzitutto a costruire nello spazio, non a riportare metalli sulla Terra. La seconda è finanziaria: un’attività a zero ricavi è entrata nel perimetro di ciò che il mercato sta prezzando.
Esiste un razionale economico? In parte, sì. Sul fronte della domanda terrestre, il World Platinum Investment Council certifica per il 2025 un deficit di mercato del platino di circa 1,1 milioni di once — il terzo consecutivo — e prevede per il 2026 il quarto anno in disavanzo, con un’offerta mineraria che resta debole a fronte di una domanda resiliente. I PGM (platinum group metals, i sei metalli del gruppo del platino) sono critici per elettronica, farmaceutica e semiconduttori, e secondo il World Economic Forum le concentrazioni di platino su alcuni asteroidi risultano teoricamente migliaia di volte superiori a quelle terrestri.
E sul fronte macro, la cornice è quella tracciata dal World Economic Forum insieme a McKinsey: la space economy globale potrebbe passare dai 630 miliardi di dollari del 2023 a 1.800 miliardi entro il 2035, con una crescita quasi doppia rispetto al PIL globale, paragonabile per scala all’industria dei semiconduttori.
La realtà operativa: un settore a zero ricavi
Chi volesse misurare la distanza tra la narrativa e lo stato dell’arte può guardare al pioniere del settore, la startup californiana AstroForge. Fondata nel 2022, ha lanciato due missioni: Brokkr-1 nell’aprile 2023, persa prima di poter dimostrare la tecnologia di raffinazione, e Odin nel marzo 2025, con cui il contatto è stato perso circa 20 ore dopo il rilascio. La terza missione è in preparazione: DeepSpace-2, il cui assemblaggio è stato completato a giugno, è attesa al lancio a fine 2026 verso un asteroide near-Earth — come carico condiviso, ironia della sorte, su un Falcon 9 di SpaceX.
Due missioni, due insuccessi, nessun grammo di metallo estratto — da nessuno, mai. A cui si aggiunge un vuoto normativo sostanziale: come evidenzia la letteratura accademica più recente, il Trattato sullo Spazio del 1967 offre indicazioni limitate sull’estrazione di risorse, e i quadri giuridici per gestirne gli impatti restano in gran parte inesplorati. Chi possiede ciò che viene estratto da un asteroide? Con quali regole ambientali? La risposta, oggi, non esiste.
Significa che lo space mining è una fantasia? No — e qui torna la prospettiva pro-mercato che questo giornale rivendica. Il settore privato sa produrre risultati straordinari quando funziona: la stessa SpaceX ha riscritto l’economia dei lanci orbitali, abbattendo costi che le agenzie governative consideravano incomprimibili. Ed è proprio la riduzione del costo per chilogrammo in orbita — la vera eredità industriale di Falcon 9 e, potenzialmente, di Starship — il prerequisito che potrebbe un giorno rendere l’estrazione spaziale economicamente sensata. Ma tra “prerequisito” e “flusso di cassa” corre la distanza che separa un’opzione da un ricavo.
Prezzare gli asteroidi: il mercato che ancora non esiste
Torniamo alla domanda iniziale: cosa vale davvero l’economia dello spazio? Chi acquista SPCX a 135 dollari compra un business di connettività solido, un programma di lancio dominante e una serie di opzioni la cui probabilità di esercizio è oggi difficile da stimare. Ma sarebbe un errore concludere che l’opzione più lontana — lo space mining — sia anche la meno interessante. È vero il contrario: è quella con il sottostante potenzialmente più grande.
I fattori strutturali puntano tutti nella stessa direzione. La domanda: il World Platinum Investment Council prevede deficit di mercato del platino ogni anno almeno fino al 2029, con scorte di superficie ridotte ad appena tre mesi di copertura della domanda globale — la scarsità dei metalli critici non è un ciclo, è una condizione. L’offerta potenziale: concentrazioni di PGM sugli asteroidi migliaia di volte superiori a quelle terrestri. Il fattore abilitante: il costo per chilogrammo in orbita, che SpaceX ha già abbattuto con Falcon 9 e che Starship potrebbe ridurre di un ulteriore ordine di grandezza. E il contesto: una space economy che secondo WEF e McKinsey triplicherà a 1.800 miliardi di dollari entro il 2035 — e che la stessa McKinsey paragona a internet negli anni Novanta: un settore in transizione da nicchia a infrastruttura ubiqua. World Platinum Investment Council + 2
L’analogia merita di essere presa sul serio. Nel 1996 nessuno era in grado di prezzare l’e-commerce: chi lo liquidò come fantascienza commise un errore simmetrico a chi lo prezzò dentro ogni titolo. Lo space mining occupa oggi esattamente quella posizione: zero ricavi, tecnologia acerba, quadro normativo da scrivere — e un mercato potenziale che, se anche solo una frazione delle stime si materializzasse, giustificherebbe da solo l’attenzione che il prospetto di SpaceX gli dedica.
Per il lettore-investitore, la sintesi è duplice. Su SPCX contano le variabili verificabili: la cadenza commerciale di Starship, la traiettoria degli abbonati Starlink, la disciplina sulle perdite dei nuovi segmenti. Sullo space mining conta il tempo: non è un asset da mettere a bilancio oggi, ma è un’opzione il cui sottostante cresce — e la storia dei mercati insegna che le transizioni industriali premiano chi le studia prima che diventino ovvie.
Il mercato ha imparato a prezzare i razzi. Gli asteroidi sono la prossima lezione.
Fonti: SEC EDGAR (prospetto S-1 SpaceX), Morningstar, PitchBook, World Economic Forum & McKinsey (“Space: The $1.8 Trillion Opportunity for Global Economic Growth”), World Platinum Investment Council (Platinum Quarterly Q4 2025), SpaceNews, TechCrunch, CNBC.
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